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Mar 2015

La transumanza

Ho avuto l’opportunità di partire con un gruppo di enduristi per fare il tratturo Celano-Foggia, dove peraltro dovevo andare per una ragione che scoprirete alla fine del racconto. È un sentiero che 100 anni fa era largo 111 metri e serviva a portare le pecore dal tavoliere di Puglia ai pascoli sugli Appennini in estate e il contrario in inverno. Oggi è uno sterrato transitabile solo in parte, in alcuni tratti molto tecnico, dove si ha l’impressione di viaggiare indietro nel tempo. L’idea del viaggio nasce dal libro scritto da Giancarlo Sociali, “il tratturo delle fate” . Una lunga ricerca storica durata 7 anni ha permesso la ricostruzione quasi completa del tracciato GPS.

In realtà, il viaggio del mio tratturo è iniziato tre anni fa, quando ho incontrato la persona che mi ha insegnato quello che oggi so fare in fuoristrada, il mio primo grazie va a lui: Orso, un omone marsicano alto due metri e mezzo, motorizzato BMW, con un cuore grande come le montagne che conosce a menadito. Tre anni fa ero assolutamente un buono a nulla. La prima volta che sono uscito con lui in fuoristrada mi ha detto che con me ci sarebbero volute due settimane per completare il viaggio. Non mi sono perso d’animo. Per tre anni mi sono esercitato ma non si può essere mai abbastanza pronti ad un impresa così straordinaria! Prepararsi significa solo trovare il coraggio di partire.

L’EMOZIONE DELL’INIZIO

Quel giorno è arrivato. Si uniscono a noi quattro monocilindrici, abbastanza attempati, su cui sono appoggiati altrettanti cavalieri che la storia trasformerà in carissimi amici. Si parte da Celano. Passiamo sotto tutti i ponticelli, i piccoli pantani, i tornanti, i viottoli di servizio e ci portiamo, dopo Pescina, verso l’altopiano delle cinquemiglia. Sono emozionato e spaventato. Avevo tanto atteso quel giorno che quella mattina guido in modo impacciato: la mia BMW F800GS, Gisella, mi sembra un macigno. Apro il gas quando non devo, mi innervosisco pensando che sarei stato un peso per il gruppo, ma nessuno me lo fa sentire. Il viaggio è solo all’inizio.

IL PRANZO CHE TI “AMMAZZA”

Lungo il percorso iniziamo a vedere le pietre con la dicitura RT che delimitavano i 111 metri del tratturo originario. Le dimensioni considerevoli sono dovute al fatto che le pecore marciavano con un’andatura della “ammazzabattuta” che permetteva loro di pascolare camminando nei 25 giorni di viaggio. La prima pausa pranzo ci regala un’esperienza inattesa. Orso aveva preparato una pietanza che raccontava essere quella che da bambino riportavano dalla campagna i suoi genitori. Trattasi di una pagnotta farcita di salsicce, peperoni e frittata su tre strati… il pranzo del campione! Sulle tracce del percorso segnato sui GPS, proseguiamo verso Sulmona e ci lasciamo alle spalle i rilievi dell’Abruzzo scendendo direttamente per un ripido sentiero erboso sotto la pioggia. Dopo qualche caduta e qualche tentennamento, barcamenandomi tra la vegetazione, riesco anche io a passare. Non ero l’ultimo, stranamente: alcuni del gruppo sono rimasti indietro. Ci fermiamo ad aspettarli sotto la pioggia battente in questa fitta giungla. Passano i minuti senza che nessuno arrivi. Dopo un po’ si vedono i ritardatari, fermati da… esigenze fisiologiche. Tiro un sospiro di sollievo.

IL CIELO PIANGE E NOI CI FERMIAMO

La pioggia comunque rende impraticabile il resto del sentiero. Ci sono almeno 20 cm d’acqua e fango e noi vaghiamo sotto ponti e cavalcavia cercando un’uscita. Una sbarra rossa ferma la nostra navigazione e ci costringe a tornare sull’asfalto. Il tempo di una foto ricordo e ripartiamo, questa volta, in cerca di un po’ di riposo. Per dormire il Molise è fantastico, con 35 euro hai: camera + cena luculliana + colazione, ma niente riscaldamenti. Siamo fradici e ci sono circa 7, 8 gradi. Probabilmente, è vero quello che dicono di me, che sono capace, ma ho bisogno di essere spronato. Ammiravo tantissimo i miei compagni di viaggio impazienti di riprendere a correre. Io sono sempre un po’ frenato dalla stanchezza e dalla paura ma il loro entusiasmo e la loro forza mi hanno trascinato.

MI SENTO “TRANSUMANTE”

Prima tappa a Pietrabbondante, in visita al teatro Sannita. Né senza i Marsi, né contro i Marsi, Roma vinse mai un guerra. Senza i miei compagni abruzzesi non avrei mai superato tutte queste difficoltà. Rivedere in queste rovine l’orgoglio sannita ancora vivo mi riporta in un tempo lontano, in cui si era fieri di appartenere ad un popolo e queste terre venivano calpestate per sopravvivenza o per conquista. In quel momento, nella mia mente, ero diventato transumante. Portavo il gregge che è in me ad abbeverarsi alla fonte della storia che sorgeva dietro ogni curva di questo tratturo. Cominciamo a scalare le vette molisane, siamo dalle parti di Vastogirardi. Iniziamo a trovare le tracce storiche del tratturo. Un tempio pagano propizia il nostro viaggio e ci regaliamo qualche foto in posa marmorea. Il morale è alto, ma la salita continua. Cado ancora, credo che non fossi completamente sicuro di me. In altre situazioni non cedo a simili errori. Ma sia io che Gisella ci siamo abituati: ci rialziamo senza danni e continuiamo a salire.

ORSO VA ALLA RICERCA DI UN TRATTORE…

Le ingenuità di guida ho scoperto essere il pericolo più grande: prima di scendere lungo un campo d’erba o di fiori bagnati, è necessario essere sicuri di avere un’uscita e, poi, non fermarsi mai in salita! Questi primi errori di percorso mi bloccano e due compagni con una gran rincorsa mi tolgono dai guai. Il viaggio continua. Gli incidenti si moltiplicano ma il morale e l’affiatamento tra di noi cresce. Nell’antichità si credeva che il fiume fosse una divinità e che per attraversarlo fosse necessario un sacerdote o un pontefice a propiziare l’evento. Nessuno di noi aveva gli dei favorevoli quel giorno, evidentemente. Un’altro errore di lettura del GPS, il sentiero è irriconoscibile. Scendiamo in una gola lungo un canale di scolo di acqua piovana. Il cielo apre le sue cateratte e da quella gola non c’è uscita. Inizio a leggere lo sgomento nel volto dei miei compagni. Le moto non salgono da sole. Una alla volta dobbiamo tirarle con le corde e spingerle per cercare di uscire. Mandiamo Orso a cercare un trattore. Nel frattempo consumiamo le nostre forze spingendo le moto sotto la pioggia scrosciante. In quel momento il mio stato d’animo era stranamente sereno. Pensavo che fosse una situazione difficile ma, in fondo, stavamo tutti bene e c’era un paese poco lontano, quindi non avevamo nulla da temere. Successivamente mi è stato detto: “Evan, complimenti per aver mantenuto la calma in quell’occasione. Nessuno di noi lo ha fatto. Ma, di sicuro, se l’avessimo avuta anche noi, saremmo ancora là a guardare le moto…”. Con una fatica incredibile riusciamo a salvare tutte le moto contemporaneamente all’arrivo del trattore. Siamo esausti. In silenzio, come un animale notturno, la nostra coda di moto si muove in cerca di riposo. Qui scopro la sensazione sconosciuta della frizione che slitta. Ma sono troppo stanco per preoccuparmene. Una calda cena e un letto morbido ci cullano fino all’indomani.

ARRIVA IL TAVOLIERE

La mattina dopo il sole ci dice che sarà una giornata più facile di quella che l’aveva preceduta. Oggi abbandoniamo il Sannio e lasciamo scivolare le colline molisane per sfilare velocemente gli sterrati del tavoliere. Attraversiamo i sentieri tracciati dagli impianti eolici. Vado più forte che posso ma non è abbastanza per superare i miei compagni e sono costretto a farli fermare per avere il tempo di appostarmi a scattare qualche foto. Accondiscendono con pazienza. Il tachimetro segna gli 80 km/h lungo questi saliscendi che fannoo assomigliare la cavalcata a delle montagne russe. La Puglia si avvicina e io mi sento parte del branco, un obbiettivo realizzato. Un mulino sul nostro cammino interrompe la nostra corsa. La Puglia è arrivata. Dopo di qui, solo asfalto che lasciamo alle automobili. In località “Ponte rotto” sento e, dentro di me, prego di non essere proprio noi a dover attraversare questo “ponte rotto”. Ho realizzato che la mia dose di coraggio per questo viaggio era agli sgoccioli! Il ritorno inizia in quel momento. Ovviamente anch’esso sul tratturo antico Pescasseroli-Candela. Nulla è lasciato al caso.

LA CITTÀ CHE VIVEVA PER LE PECORE

Sterrati, fiumiciattoli e altipiani si lasciano facilmente ammansire e ci conducono alle porte di una città in rovina: Altilia. Splendida: tutto è conservato in ottimo stato e, al suo interno, alcune case sono anche abitate. Qui tutto era in funzione della pecora: negozi per lo scambio di merci, lame per coltelli e impianti per la lavorazione della lana. Un complicato sistema di acquedotti permetteva a delle vasche di riempirsi per agevolare la colorazione del tessuto. Ci riposiamo sui gradini di un anfiteatro e ci lasciamo andare a qualche battuta. Pochi giorni di viaggio ci hanno trasformati in amici antichi almeno quanto quelle rovine. Questa è la magia della moto. Il riposo “sonoro” di alcuni di noi disturba il sonno di altri, perfino attraverso i muri. Immaginate le battute dell’indomani. Ma nulla ci può più fermare. Se i rilievi del Molise ci hanno incantati, i passaggi in quota in Abruzzo ci lasciano senza fiato.

COMINCIA UN NUOVO VIAGGIO

Attraversare le nuvole sopra il mondo lasciandosi alle spalle i chilometri di viaggio trascorsi insieme è il premio di tutta la fatica. Una storia finisce ed un’altra ne comincia e saranno le gole del Sagittario a sancire questo legame e a farci promettere di rinforzarlo presto. Mi dirigo a Foggia, questa volta faccio l’autostrada. C’è la mia fidanzata ad aspettarmi, che mi accoglie come un reduce di guerra, sporco, puzzolente e infangato con ancora l’attrezzatura da enduro indosso. Ma il suo sorriso mi dice che quella era la mia meta. Mi lavo, mi riposo e faccio quello per cui sono venuto. C’è una chiesa, vicino al mare, molto antica, romanica. È bellissima. Un lucernaio regala un raggio di sole che illumina l’altare. La sua semplicità lascia senza parole e capisco che questo è il luogo in cui comincerò il mio altro viaggio.