L’idea è di vedere un posto nuovo. Su un sito di percorsi MTB mi lascio affascinare dai monti della duchessa e trovo questo percorso sterrato, intorno ai monti sibillini, facile ( per una MTB) che attraverso l’altopiano delle rocche collega Borgorose con Rosciolo. Il giro si chiude con un anello che all’interno di una valle riporta al punto di partenza. Nel frattempo qualche curioso si comincia ad interessare ed il popolo dei travellers sembra voglia sporcarsi gli stivali.


Il giro il primo sterrato e le prime difficoltà

 

La moto è pronta, e all’appuntamento si presentano i pochi coraggiosi disposti a farsi fotografare all’ombra del Sirente. 90Km di autostrada sono un’inferno con il casco da enduro, sembra che la testa mi si voglia staccare dal collo, ma ovviamente è una bazzecola per un travellers giramondo, e via imbocchiamo lo sterrato con indicazione verso Cartore appena fuori dall’uscita della Valle del Salto.

 

Questa terra in origine apparteneva agli Equicoli, un popolo fiero e violento, ci dice Tito Livio, che schiacciato tra i Romani e i Marsi è stato presto dimenticato. Sebbene questo territorio abbia dolci rilievi ed un clima mite tutto l’anno, le popolazioni che lo hanno abitato non hanno avuto fortuna neanche dopo la caduta dell’impero. Durante il medioevo continue scorribande di Turchi saraceni li costringono ad arroccarsi, accentrando la ricchezza in poche famiglie che   cambieranno nome al potere, lasciando alla gente sempre lo stesso volto di fiera povertà.

 

Un facile sterrato ci porta al primo borgo abitato: Cartore. In questo stupendo paese è rimasta una sola famiglia. La fortuna che sia diventato parco naturale fa si che alcune di queste case siano state recuperate con funzione turistica, ci sono alcuni ragazzi che si preparano ad una escursione a piedi. Questo panorama non è cambiato per secoli, ed oggi tornarci sopra è come farlo rivivere. Certo, se i nostri antenati avessero avuto le maxi-enduro, la loro vita sarebbe stata più facile. Ridacchio spalancando il gas, mentre riprendiamo il percorso indicato dal GPS.

Il facile sterrato dopo Cartore inizia a presentare degli elementi di interesse: salite con una certa pendenza e  pietre troppo grandi procurano qualche caduta senza conseguenze, per cui si prosegue.

 

Il pianoro di Passo le Forche ci apre la vista sul Velino.Il bosco su perde in  un panorama mozzafiato con verdi montagne  a perdita d’occhio dove incontriamo un pastore con le sue 208 pecore che ci accompagnano lungo la cresta. Una piccola divagazione verso un sentiero in quota ci mostra il panorama della valle sottostante. Ci fermiamo, qualche foto, e ci riempiamo gli occhi e i polmoni. Si parla, si scherza, ma a bassa voce. Il padrone è lui: il Sirente. Ci guarda dall’alto, minaccioso e possente, al comando delle sue nubi. Sembra voglia lasciarci passare.

La chiesa e costanza e la quercia

 

Una discesa di pietre da fare a moto spenta, con i piedi a terra, finisce su una breve lingua di asfalto che porta alla chiesa di  S.Maria in Valle Porclaneta. Questo splendido edificio risalente all’anno mille normalmente è accessibile alle visite solo su prenotazione. Parcheggiamo le moto nel piazzale per concederci un po’ di riposo, quando una voce ci chiama: “Ragazzi, se volete ascoltare la storia della chiesa, la signora Costanza ha appena cominciato”. Non è servito neanche guardarci per capire che era un’occasione da non perdere. Scendiamo dalle moto e attraversiamo il chiostro di pietra di questa millenaria abbazia. Una signora minuta, molto gentile, con degli occhi brillanti e i denti lucidissimi ci sorride e si presenta con l’ingenuità di una bambina:<< mi chiamo Costanza>>.

 

La signora Costanza è la custode della chiesa. Possiede delle enormi chiavi di ferro che aprono il portone, e per visitare la chiesa è necessario andarla a prendere in paese e portarla li. Lei è felicissima di aprire il vecchio portone di legno, che ha resistito ai secoli e raccontare le affascinanti storie che si celano dietro queste mura.

Scopriamo che la chiesa è tutto quello che resta di un convento più grande, che i templari passando di qui per andare ad imbarcarsi a Vasto hanno lasciato il loro segno e che il papa Razinger è venuto a farle visita, e sta chiedendo anche a Francesco di fare lo stesso.

La chiesa è di roccia chiara, luminosa, una trave scolpita in legno, l’iconostasi, è unica al mondo. Si dice sia la rappresentazione del tempio di Re Salomone con le due colonne che rappresentano il maestro e l’apprendista a sorreggere il tempio stesso. Bassorilievi realizzati con la perfezione di una miniature sull’ambone raccontano la storia biblica di Giona, e ornano il monumentale ciborio che è stato ricavato da un pezzo unico di pietra. Impallidiamo di fronte a tanta bellezza.

La signora Costanza ci incanta con la sua storia e ci sentiamo viaggiatori del tempo attraverso le sue parole. Conclude dicendoci che dietro la chiesa, lungo la via, c’è una quercia, il cui diametro è di oltre 6 metri e che ha la stessa età della chiesa,.

Aiutiamo la signora Costanza a chiudere. Non potevo resistere alla voglia di maneggiare quelle enormi chiavi per sigillare il portone. Con sonoro CLANK ci congediamo da questa chiesa e dalla splendida vecchina che ci ha riempito i cuori di gioia. Ci muoviamo alla ricerca del millenario essere vivente che attraverso i secoli ha fatto compagnia  a queste mura.

Scendendo la stretta strada sulla sinistra dopo il pronaio, facciamo conoscenza con lei. Grande e rugosa ci guarda e ci impressiona pensare a quando era solo un arbusto e le prime pietre della chiesa venivano poggiate.

Mi tolgo i guanti e la tocco con le mani. Secoli di storia attraversano questa corteccia e per lei il tempo trascorso è solo un’altro anello, del tutto indifferente alle vicende umane, guarda questi curiosi che cercano in lei chissà quale risposta. Un po’ frastornati da questo viaggio nel tempo, giriamo le moto in uno slargo più avanti e riprendiamo la nostra strada.

 

Il giro non è più percorribile e il ristorante

Le biciclette si prestano più facilmente ad esplorare un precorso nuovo. Ho imparato a fermarmi prima di una discesa troppo ripida per assicurarmi un sicuro ritorno in caso di problemi.

Una fonte più a valle è il luogo dove i cavalli che abbiamo incontrato al pascolo poco prima vanno a bere. Scendiamo a piedi. Il piccolo gruppo di travellers mi segue, il sentiero non promette nulla di buono, facile per una bicicletta, ma non per una da 200kg. La decisione di girarci è unanime, operazione che comunque non risulta semplicissima data la pendenza. Vaghiamo sotto al velino, in quella che, prima che i Torlonia lo prosciugassero, era il lago del Fucino. Qui oltre 100 anni fa la popolazione sopravvissuta al terremoto fu costretta a mutarsi da pescatori in contadini e deportazioni di famiglie dall’Emilia e dalle Marche hanno stravolto lingue, usi e costumi. Di tutto questo non c’è più memoria.

Le porte di Rosciolo ci accolgono tra gli spazi lasciati tra le case di pietra in cui è un piacere divincolarsi con le nostre moto. La locanda che la signora Costanza ci ha indicato è facile da trovare, molto accogliente e ci ristoriamo con un risotto zafferano e liquirizia degno delle migliori tavole europee. Siamo stanchi ma nei nostri occhi c’è la gioia per il viaggio che abbiamo affrontato, un viaggio inaspettato, nel tempo più che nello spazio, che ha trasformato questa prima gita di MAT in un’avventura.


Ritorno a casa e considerazioni

I chilometri per tornare a casa scorrono veloci. Tutto si inizia a trasformare in un ricordo, e i numeri che scorrono sul tachimetro vanno ad aggiungersi a quelli che in questo mondo moderno fanno di un motociclista un viaggiatore. Il silenzio in cui i nostri caschi ci chiudono, dice ad ognuno di noi, che a dispetto di ogni misura, quei 100 metri tra la signora Costanza e la nostra quercia valgono 1000 anni di storia,troppi per essere compresi da un essere umano. Abbiamo scoperto che la nostra fortuna è dietro casa, ci salutiamo e non vediamo l’ora di incontrarci di nuovo per trasformare la prossima gita nella nostra nuova avventura.