Maglia termica, calzini, pantaloni termici, calzini imbottiti, felpa, pantaloni imbottiti, scaldacollo, giubotto da moto, giubotto invernale ed un altro scaldacollo, imbottito.

Testo e foto di Ludovico Riganti

Esattamente questo è stato l’ordine dell’abbigliamento per il primo giro dell’anno. Ovviamente una vestizione del genere dilata i tempi e richiede almeno 15 minuti di ritardo. Fortunatamente tra amici ci si aspetta senza troppi rancori, ed in sosta al benzinaio ci sono tre motociclette di tutte le generazioni ad aspettare la mia ktm 990 Adventure. Una cugina quella di Peppe, un 1190 Adventure, una nuovissima Benelli trk 502 X in rodaggio di Simone ed una meno giovane Aprilia Pegaso 650 Cube classe ’98 di Matteo.

Essendo il primo giro dell’anno si potrebbe dire che fossimo tutti in fase di prova, tre di noi sono a cavallo di motociclette appena prese, Il Benelli segna 70km, l’Aprilia 40.000km ed il mio 990 58.000km.

Un gruppo così variegato e strampalato non si vedeva dall’armata Brancaleone, proprio per questo l’atmosfera si è dimostrata più avventurosa di quel che è stato davvero.

12°C – Siamo partiti da Roma, puntando subito l’anteriore verso le montagne che separano l’Abruzzo dal Lazio con meta finale impostata per il Monte Livata. La prima tappa è stata – ovviamente – per il caffè ed un pieno di benzina al Benelli. Da subito l’Aprilia di Matteo ci regala un simpatico suono che ci accompagnerà per il resto del viaggio. In particolari condizioni, quando la moto andava sotto sforzo, un piccolo buco di carburazione faceva sì che la miscela d’aria e carburante non venisse esplosa in camera di combustione, ma nel collettore di scarico. Si, benzina che esplode. Il suono preferito degli alpinisti che vanno a passeggiare in montagna.

-4°C – Basta poco per far si che le temperature esterne cadano a picco oltre lo zero, nel nostro caso è bastato fare qualche tornante in direzione dell’Osservatorio Astronomico Claudio Del Sole, situato sopra a Cervara di Roma. Lungo la strada ogni caratteristica buca dell’asfalto Laziale era piena di neve sciolta, che durante la notte ovviamente cambia di stato, passando dal familiare stato liquido, al meno piacevole, solido. Ghiaccio.

2°C – Fortunatamente ci piace l’avventura e tra una perdita d’aderenza e l’altra, uno scoppio di benzina incombusta e qualche imprecazione per il freddo arriviamo a Campaegli da dove, secondo i nostri calcoli, si inerpicava una stradina sterrata che ci avrebbe portato a destinazione. Purtroppo a causa del meteo ancora non troppo favorevole ci troviamo a dover invertire la rotta per evitare di cadere nel miscuglio di fango e ghiaccio che separa la ridente cittadina dal Monte Livata. Prima di ripartire però vogliamo dare sfogo a qualche traverso, che in foto, tra la neve, i ghiacci, le gomme tassellate sporche di fango, ci fanno sentire dei cavalieri alla scoperta di nuove mete. In linea d’aria eravamo a 150 km da casa. Non proprio quello che ci si aspetterebbe da dei cavalieri dalla lucente armatura.

L’atto più coragioso, che ha tenuto tutti sulle spine, e che forse ci ha regalato più di qualche brivido è stato quello di Simone che, temerario e fiero dei suoi 90 e passa kg, si è avventurato come un ghepardo verso un laghetto ghiacciato. Senza esitare ha lasciato la sua Benelli nuova di pacca ed un passo scricchiolante dopo l’altro è riuscito ad arrivare al centro del laghetto. Gli insulti si sono sprecati. L’idea di fare una corsa in ospedale per ipotermia, con le moto, con 90kg di salmone, pardon, Simone congelato sullo striminzito sellino posteriore non piaceva a nessuno.

6°C – Dopo essere ritornati con le ruote sugli stessi solchi lasciati qualche ora prima, iniziamo a danzare tra le curve, cullati dal suono dei motori e dai freni ventilati che provocano quell’impercettibile ronzio nelle frenate più importanti. L’unico suono a farci tornare alla realtà è il sempre presente boato di benzina esplosa che ogni tanto la piccola Pegaso ci regalava. Passata la mezza giornata ci concediamo un pranzo presso un’osteria consigliataci da alcuni paesani e ci facciamo coccolare da squisite pappardelle fatte a mano al ragù di cinghiale ed un antipasto nostrano.

8°C – Da che danzavamo come farfalle in un prato, la sensazione è stata quella di essere diventati delle sgraziate ballerine obese di lap dance alla prima lezione. Con la pancia piena diventa tutto più difficile,figuriamoci se avessimo bevuto quel profumato vino rosso “del contadino” che ci è stato offerto. Indirizziamo il nostro triste spettacolo sulle strade che circondano il Monte Guadagnolo fino a ricongiungerci con le strade che ci riportano nella capitale, con la luce del sole che ci abbandona lentamente.

7°C – La giornata è finita e l’ultimo noioso tratto di strada ci da modo di pensare e di accendere quei superflui faretti supplementari che però fanno tanto figo. Quasi telepaticamente nel momento dei saluti esterniamo tutti la stessa conclusione. Vorremmo andare più lontano, sempre più distanti alla scoperta di nuove mete. Abbiamo fatto appena 300 km e siamo tornati a casa con un carico di foto, emozioni, stupori, paure e sorrisi che sembrava ne avessimo percorsi 1000.

Cosa succederebbe se riuscissimo a fare 2000 km in un weekend? Ora non lo so.

Ma suppongo che il nostro lato B non sarebbe altrettanto contento.